Il Decreto Tagliaspese va alla Camera

Roberto Turno (da Il Sole 24 Ore)

 

Il Senato ha detto "sì" al Dl sulla spesa sanitaria, che passa ora alla Camera per essere convertito in legge entro metà novembre. 

 Varato anche il sub-emendamento sulla distribuzione dei farmaci per le patologie più gravi, presentato dalla maggioranza. Respinto invece il sub-emendamento con cui il centrosinistra chiedeva di modificare la dizione di livelli essenziali di assistenza, aggiungendo il concetto di livelli 'uniformi', "una questione dirimente - secondo l'Ulivo - per garantire uguali servizi e prestazioni su tutto il territorio nazionale".

Tra le novità è stata introdotta la possibilità di valutare l'equilibrio finanziario riferendolo alle strutture delle Asl e non più ai singoli presidi ospedalieri, è stato previsto lo slittamento di alcuni termini (come la definizione dell'aliquota dell'addizionale regionale Irpef per il 2002), sono state introdotte alcune norme aggiuntive come il bollino per i farmaci e la assimilabilità dei rifiuti ospedalieri ai rifiuti solidi urbani.

La modifica principale, su cui potrebbero appuntarsi i rilievi della commissione Bilancio per quanto riguarda la copertura, riguarda il meccanismo distributivo dei farmaci: è stata infatti soppressa la possibilità per le Regioni di prevedere che le categorie di medicinali che richiedono un controllo ricorrente del paziente, possano essere erogate dal Ssn direttamente tramite le proprie strutture aziendali.

Sanità, compromesso su tagli e farmaci

Nessuno sconto (o quasi) sui farmaci e rispetto pressoché integrale del patto di stabilità dell'8 agosto.

E' con questa conclusione - un compromesso tra le richieste di modifica approvate in commissione e il veto assoluto posto fino all'ultimo dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che avrebbe anche minacciato le dimissioni nel caso di emendamenti spacca-spesa - che sta per calare il sipario, almeno al Senato, su quella che deve essere considerata la Finanziaria 2002 per l'assistenza sanitaria.

Su due capitoli, in particolare, il testo del decreto legge resterà inalterato: il prezzo di rimborso sui farmaci generici, che si calcolerà sul valore dei listini più bassi (e non della media tre farmaci a prezzo più basso, come chiesto dalla maggioranza); il prezzo di riferimento dei farmaci per categorie terapeutiche omogenee, che gli emendamenti approvati in commissione proponevano di cancellare, ma che invece scatterà in via sperimentale per sei mesi.

Incassata questa conferma, il Governo ha però concesso il varo di un Osservatorio che avrà il compito di monitorare l'applicazione di queste misure e la ricaduta sugli assistiti per proporre, se necessari, eventuali cambi di rotta.

E ancora sui farmaci la maggioranza ha ottenuto un'altra doppia "vittoria": la distribuzione diretta per le malattie più gravi e post ricovero da parte delle Asl e degli ospedali verrà attutita e affidata in casi particolari alle farmacie convenzionata; a sua volta, sarà attenuata anche la stretta agli sconti prevista a carico delle farmacie rurali.

Nella lista delle modifiche contenute nel maxi emendamento ci saranno inoltre l'assimibilità dei rifiuti ospedalieri ai rifiuti solidi urbani (che vale notevoli risparmi per le strutture sanitarie) e l'esclusione dei pensionati di guerra dall'eventuale pagamento del prezzo di rimborso sui generici.

Sarà la commissione Bilancio a valutare oggi se le modifiche in cantiere siano davvero a costo zero. Un calcolo, quello della valutazione degli effetti finanziari aggiuntivi, sui quali ieri c'è stato un autentico balletto di cifre. Secondo la maggioranza il peso di tutti i suoi emendamenti non avrebbe superato i 258,2 milioni di euro (500 miliardi di lire), secondo il Governo almeno il doppio e a giudizio delle Regioni addirittura tre volte tanto (1,54 miliardi di euro, pari a 3mila miliardi di lire).

La presentazione del maxi emendamento - che renderebbe inutile il ricorso al voto di fiducia poiché automaticamente decadrebbero tutti gli altri emendamenti già depositati - non mancherà di suscitare le reazioni dell'opposizione. Dalla quale, ieri, già non sono mancate dure prese di posizione contro Governo e maggioranza, accusati di volere il «far west» dell'assistenza sanitaria e di mettere in moto un meccanismo che creerà nelle Regioni livelli di assistenza differenti.
(25 ottobre 2001)

Patto di stabilità interno, una sfida da 235 mld di euro per restare in Europa

Vuol essere il capolavoro dell'architettura finanziaria del Governo per mettere definitivamente le briglie alla spesa sanitaria: più denari alle Regioni con la prospettiva di raggiungere il mitico rapporto del 6% tra spesa del Servizio sanitario nazionale e Pil, ma insieme l'obbligo per i "governatori" di assumersi d'ora in poi sul groppone dei propri bilanci i deficit che, a dispetto del massiccio incremento di risorse, dovessero aprirsi nei conti di Asl e aziende ospedaliere.

"Stavolta non ci saranno più buchi imprevisti" è stato non a caso il messaggio del ministero dell'Economia subito dopo la sigla del patto di stabilità sanitario dell'8 agosto scorso.

All'insegna della parola d'ordine "un patto per l'Europa" - come la definì il sottosegretario Giuseppe Vegas che ha trattato passo dopo passo per almeno due mesi l'accordo raggiunto non senza fatica - l'intesa estiva tra Governo e Regioni è stata poi recepita in pieno dal decreto legge ora finito nei marosi parlamentari. E quell'immediato riferimento governativo all'Europa e alla tenuta degli equilibri imposti dalla Ue, non è stato certo casuale, come infatti ieri è stato sottolineato con nuova enfasi in Senato.

Le cifre in gioco, del resto, sono imponenti. Dal 2002 al 2004 le Regioni incasseranno con certezza 235,44 miliardi di euro (455mila miliardi di lire), un valore che gradualmente negli anni dovrà appunto avvicinarsi e mantenersi stabilmente a quel rapporto del 6% tra spesa sanitaria e Pil considerato per anni un traguardo pressoché irraggiungibile. Con un "di più" ancora di risorse finanziarie che il Governo assicura alle Regioni: 5 miliardi circa di euro (oltre 9mila miliardi di lire) per ripianare vecchi disavanzi.

Cifre prestigiose, quelle ottenute nella trattativa dai governatori. In cambio delle quali, però, hanno dovuto mettere nero su bianco che dal prossimo anno "chi rompe paga": ovvero, che le Regioni dal 2002 si accolleranno eventuali nuovi disavanzi sanitari. Rispondendone direttamente ai propri cittadini-elettori, anche nel caso dovessero stringere la cinghia abbassando il grado di copertura sanitaria o aumentando i balzelli locali. E per questo le Regioni dovranno mettere mano a interventi forti di controllo delle gestioni sanitarie e di riduzione degli sprechi e delle spese fuori dalle righe.

E dovranno mantenere fede ai livelli essenziali di assistenza che proprio oggi vanno all'esame della Conferenza Stato-Regioni e che saranno la prova del fuoco della copertura sanitaria uniforme possibile sotto le insegne di un federalismo a lungo da tanti invocato e che però ora comincia a far paura a tanti. Soprattutto al Sud.
(25 ottobre 2001)

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