Segreteria Regionale Puglia

 

Lettera aperta a don Geremia Acrì – responsabile della casa di accoglienza “S. Maria Goretti” – Andria

 

Caro don Geremia,

la morte del sig. Salah Bensadah, marocchino di 43 anni, e le circostanze che l’hanno determinata non possono lasciarci indifferenti; anzi, creano sconcerto e un senso di frustrazione.

Come ben sa, ogni medico ha giurato all’inizio della sua professione “…di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'Uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale”. Ogni medico è altresì chiamato a chinarsi sul capezzale di ogni uomo ammalato assistendo i “pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi ci ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica” (giuramento professionale).

La vicenda di Andria, al di là dei possibili errori che possono essere stati eventualmente commessi - il cui accertamento è compito delle autorità inquirenti -, dimostra come i medici non abbiano potuto far molto per un individuo giunto alla loro osservazione in condizioni cliniche critiche, determinate anche dallo stato sociale di vagabondo senza fissa dimora.

Il sig. Salah Bensadah era conosciuto presso l’ospedale di Andria in quanto spesso si recava al pronto soccorso per essere rifocillato o assistito. Era, insomma, un assistito abitudinario.

Spesso sugli ospedali e sui servizi sanitari si scaricano impropriamente esigenze diverse da quelle sanitarie, come quelle sociali, a cui fanno fronte gli operatori sanitari più sensibili, con grande generosità.

La nostra società, opulenta ed edonistica, deve interrogarsi sul livello di assistenza di questi “ultimi” del mondo, spesso abbandonati al loro destino e assistiti solo dalla solidarietà di pochi volontari che in nome dell’uguaglianza e della fratellanza universale cercano di garantire condizioni di vita degne di ogni essere umano.

Io non conosco cosa abbia fatto la società andriese per questo povero uomo, ma il tragico epilogo di questa vicenda suscita forti interrogativi e grandi perplessità.

Forse lo sdegno che questa vicenda sta suscitando è la prova che esiste ancora una sensibilità etica in questa società, anche se giunge purtroppo con ritardo e in alcuni casi ha anche il sapore di una protesta “interessata”.

Tuttavia, questa vicenda dimostra una carenza del sistema che potrebbe e dovrebbe essere colmata. Mi riferisco a tutte quelle persone, come  il povero Salah Bensadah, che vedono nell’ospedale o in una struttura sanitaria un’ancora di salvezza. In questi casi il sistema sanitario non è preparato ad offrire risposte adeguate sul versante sociale, in quanto mancano procedure o strumenti per attivare i servizi di cui questi individui hanno bisogno. Magari a poche centinaia di metri esistono servizi o associazioni che possono essere adeguatamente attivati, ma rimangano isolati o sconosciuti al sistema.

Nel quinto rapporto della Caritas Italiana su esclusione sociale e cittadinanza incompiuta intitolato “Vuoti a Perdere” - pubblicato nel 2005 - la Fimmg ha pubblicato un dato sconcertante, ossia una grave carenza di integrazione socio-sanitaria in tutta Italia, in parte colmata da interventi promossi prevalentemente da organismi non statali.

Insomma, se l’integrazione tra i due sistemi, quello sanitario e quello sociale, avesse funzionato probabilmente si sarebbe potuta evitare la tragedia che ha colpito il povero sig. Salah Bensadah.

È opportuno, a questo punto, provare a fare rete tra associazioni, servizi sociali e volontariato integrandoli con il complesso sistema sanitario per offrire a ogni uomo che bussa alla porta comunque una risposta.

Non si tratta solo di buona volontà, ma di modificare l’intero sistema, creando quell’integrazione che consente ad ogni punto della rete di poter essere attivato in caso di necessità.

Agli assessori Gentile e Tedesco propongo l’istituzione a livello regionale di una commissione di lavoro per individuare gli strumenti per favorire questa integrazione: un numero telefonico di riferimento o una centrale operativa che possa attivare, un po’ come per il 118, i vari servizi presenti sul territorio.

Vorremmo adoperarci perché nessuno possa più dire che dopo 2000 anni c’è ancora qualcuno a cui si è rifiutato di dare un giaciglio.

Bari 24 dicembre 2007                                          

Filippo Anelli

 

Home

Utenti on line:

Fimmg Puglia:  in rete dal 25/02/2008