Una Sanità più equa che risponda alle esigenze sanitarie del cittadino.

I medici di famiglia di Bari esprimono un giudizio positivo sul dibattito che si è aperto tra i partiti politici, nella sede istituzionale della Regione Puglia, sul finanziamento del Servizio Sanitario Regionale.

Il federalismo sanitario impone alle Regioni di impiegare al meglio le risorse disponibili e quindi di fornire ai cittadini risposte adeguate ai bisogni di salute della popolazione.

Non abbiamo dubbi nell’esprimere il nostro consenso alle tesi espresse dall’Assessore Mazzaracchio circa "la de-ospedalizzazione, riducendo la tendenza ai ricoveri perché siamo al 50% di quelli impropri, la razionalizzazione della spesa sul piano generale e il potenziamento della medicina del territorio".

Tuttavia, la programmazione e l’impiego delle risorse, in sanità, non possono tener conto solo delle esigenze di bilancio.

Il Diritto alla Salute, tutelato dalla nostra Carta Costituzionale, non può ridursi ad una sola operazione contabile e finanziaria, ma è la somma di un complesso ordine di fattori che vanno dalla definizione ed erogazione dei livelli uniformi di assistenza sino alla programmazione e realizzazione degli obiettivi definiti dai Piani Sanitari Nazionali e Regionali.

E’ vero, non abbiamo un Piano Sanitario Regionale; il Piano di Riordino della Rete Ospedaliera, approvato dal precedente Consiglio Regionale, è sovradimensionato: vi sono molti più posti letto in Puglia di quanto previsto dalle indicazioni ministeriali; l’Osservatorio Epidemiologico, istituito recentemente, non è ancora in grado di fornire dati che supportino una programmazione sanitaria; non abbiamo una dotazione organica di infermieri, terapisti della riabilitazione ecc. che lavorino sul territorio nell’Assistenza Domiciliare (ADI).

Eppure si continua a chiedere ai medici di ridurre indiscriminatamente e percentualmente la spesa sanitaria senza offrire loro le opportune indicazioni circa i soggetti e le malattie da curare.

Ogni programmazione finanziaria, soprattutto in questo campo, dovrebbe esser effettuata solo dopo aver rilevato lo stato di salute della popolazione. Sulla scorta di questi dati si dovrebbe procedere alla formulazione di idonei piani di intervento.

Ma, a parte le esigenze di bilancio, a quali criteri di programmazione sanitaria risponde il tetto di spesa sull’assistenza farmaceutica secondo il quale il medico di famiglia non può spendere più di L. 260.000 nell’anno 2000?

Consente di curare tutti gli ipertesi, i diabetici, i cardiopatici, gli asmatici, i malati di cancro ecc.?

Siamo certi che la migliore risposta assistenziale sia sempre quella legata alla minore spesa?

Negli altri Paesi Europei la spesa farmaceutica pubblica pro-capite annua è nettamente superiore a quella italiana. Nel 1999 essa ha fatto registrare, in Italia, una media di L. 247.863, contro una media di L. 467.681 in Francia, di L. 420.423 in Germania e di L. 327.899 nel Regno Unito (fonte: Farmindustria).

Dal confronto della spesa farmaceutica sostenuta dalle altre regioni italiane, sembra che la Puglia abbia superato la media italiana.

L’analisi va, in realtà, condotta tenendo presente i livelli generali di disoccupazione che, in molte regioni italiane, sono molto bassi e i differenti livelli di benessere.

Sicché la spesa farmaceutica globale in Puglia risulta per il 60% a carico dello Stato, poiché qui più bassi sono i livelli di reddito pro capite.

E’ evidente che nelle regioni più ricche il rapporto tra spesa farmaceutica pubblica e spesa a carico del cittadino è inevitabilmente invertito.

Allora, sarebbe più utile conoscere prima quanti sono gli ipertesi, i diabetici, i malati di cancro, gli asmatici, i cardiopatici e così via e quante sono le risorse che si utilizzano per le cure specialistiche, l’assistenza farmaceutica, i ricoveri per questi soggetti.

La conoscenza di questi dati consentirà di "pesare" i vari gruppi di pazienti per tipo di patologia e, quindi, di conoscere la "spesa storica" per questi ammalati.

Solo allora si potrà avviare una seconda fase caratterizzata dallo studio delle modalità assistenziali utilizzate e verificare se le risorse utilizzate per la cura di questi soggetti siano state appropriate ed efficaci.

Tutto ciò permetterà di elaborare linee guida e percorsi diagnostici e terapeutici condivisi tra medici di famiglia, ospedalieri e medici specialisti ambulatoriali per ottenere concreti risparmi senza mai abdicare all’efficacia delle cure.

Credere di poter controllare la spesa sanitaria della nostra regione enfatizzando le azioni di contenimento della spesa farmaceutica è un’operazione demagogica.

Ancora una volta condividiamo quanto affermato dall’Assessore Mazzaracchio.

L’incremento della spesa farmaceutica (40 miliardi) rappresenta solo una piccola percentuale (2-3%) del deficit della sanità pugliese che è pari a 1900 miliardi.

Bisogna incidere in altri settore se realmente si vuole contenere la spesa sanitaria.

Come Medici di Famiglia, siamo consapevoli che le risorse per far funzionare un Servizio Sanitario sono limitate e "finite". Pertanto, siamo pronti a mettere in atto ogni sforzo che consenta di curare al meglio i nostri assistiti con cure che abbiano il minor costo possibile.

Ma, se si vuole potenziare la medicina del territorio e trasferire risorse sottraendole alla medicina ospedaliera, sovradimensionata, bisogna avere il coraggio, insieme alle misure di contenimento della spesa, di investire, individuando nuove risorse.

I cittadini possono essere curati a casa a condizione che le ASL garantiscano l’assistenza medico-infermieristica e quella socio-sanitaria.

L’organizzazione dell’assistenza domiciliare è il primo passaggio per incidere realmente sulla riduzione dei ricoveri.

Non si può chiedere al cittadino di restare a casa per una broncopolmonite e poi non garantirgli, insieme al suo medico di famiglia, lo specialista, l’infermiere, il terapista della riabilitazione e quant’altro serva ad assisterlo adeguatamente.

Questo richiede necessariamente il potenziamento dei Distretti. La legge di riforma sanitaria prevede " l’autonomia tecnico-gestionale ed economico-finanziaria, con contabilità separata all’interno del bilancio delle unità sanitarie locali".

Il nuovo accordo nazionale per la medicina generale, pubblicato il 2 ottobre sulla Gazzetta Ufficiale, fornisce poi gli strumenti utili per raggiungere tali obiettivi.

La nuova organizzazione del lavoro dei medici di famiglia in associazione "garantisce un più elevato livello qualitativo e una maggiore appropriatezza delle prestazioni erogate, anche attraverso l'attivazione di ambulatori dedicati al monitoraggio di patologie croniche ad alta prevalenza individuate concordemente a livello aziendale" e consente di " condividere ed implementare linee guida diagnostico-terapeutiche per le patologie a più alta prevalenza e attuare momenti di verifica periodica".

La messa a punto di un nuovo Servizio Sanitario Regionale non può prescindere da una fase di concertazione che veda, come protagonisti, gli operatori sanitari e le associazioni dei cittadini.

Pertanto, sono da abbandonare quei metodi utilizzati nel passato basati sull’imposizione piuttosto che sul dialogo e sul senso di responsabilità, che la categoria ha sempre mostrato di possedere.

Per questo non accetteremo mai che per "risolvere" il problema della spesa si definiscano i medici di famiglia, illegittimamente, mandatari delle ASL.

Siamo abituati ad assumerci giornalmente le nostre responsabilità. Anche in tema di controllo della spesa abbiamo dimostrato, pur nella complessità dell’analisi, di poter fare la nostra parte.

Restiamo fiduciosi che tale anomalia, tutta pugliese, rimanga solo la proposta di un qualche solerte funzionario.